Yari Selvetella ripercorre le sue “stanze dell’addio”

Pagine: 192
Genere: Romanzo
Editore: Bompiani
Data di pubblicazione: gennaio 2018
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   Ho pensato che me ne sarei occupato io, che ad ogni costo l’avrei protetta, come uno stupido cane pensa.

Ho intrapreso questo viaggio letterario con molta calma. Sapevo che avrei sofferto, che avrei trovato parole e sentimenti a me familiari. “Le Stanze dell’addio” di Yari Selvetella mi ha letto dentro. Silenziosamente, cautamente.
È una ricerca affannata e struggente, quanto lucidamente raziocinante, dell’autore sulle orme dell’amata, madre dei suoi tre figli, prematuramente scomparsa in seguito ad una grave malattia. L’autore, come un segugio, come quel “cane pastore” che difende la propria famiglia in cui volentieri più volte s’identifica, fiuta ogni minima traccia di lei, nei luoghi più frequentati della memoria, in quelli abitati in cui ha lasciato il segno, avventurandosi in un labirinto interiore che trova fisicamente espressione nell’ospedale, nei suoi fitti meandri in cui l’ha persa.
Affiora così, il volto di una giovane donna, madre, moglie, editor di professione, che si ammala e muore. Lui continua a cercarla con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze – dell’ospedale, della casa, dei ricordi – fino a perdersi. Stanze che diventano profonde come gli abissi neri in cui macerano i dolori più intimi e segreti, stanze svuotate dai mobili e dagli oggetti personali di una vita, che pure conservano ricordi precisissimi del passaggio quotidiano al loro interno, basta anche solo una macchiolina di latte o una folata di tabacco. Ma le stanze si moltiplicano e numerose sono le tappe della scoperta, del dolore, e finalmente della rinascita.

   Il sole è rimasto esattamente quel che era vicino al polo, una limatura sospesa, tranne il giorno prima di entrare all’ospedale, quando andiamo a parlare al Gianicolo. I dolori alla pancia ti lasciano stare per un po’, si alza un vento debole come se provenisse da un sonno, imparo tutto in una volta a piangere senza farmi accorgere, come strizzando un panno, al bagno o in motorino. Un vento da ponente, il nostro vento ci inganna, spazza le polveri, assomiglia a una metafora, non lo è, non torna il sereno, ma andiamo e il belato dello scooter ci culla, poggi la testa sulle mie spalle. Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l’amore di dio.

Ho riletto un po’ della mia storia in questo ansimante racconto. Cinque anni fa, la scomparsa dell’uomo che amavo. Cinque anni fa Yari Selvetella ha perso la donna che amava. Continuiamo a cercarli, nonostante tutto, io con l’autore, attraverso le stanze, le forme, i sapori, i suoni. Attraverso quei ricordi che interpreteranno sempre il ruolo di doppiogiochisti: aiutano, pugnalano.
Non ha paura, Yari, a dire che una parte della sua anima resterà “impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre”, eppure sceglie la vita. L’ho scelta anche io. Perché così ci hanno insegnato. E con le sue parole, ricamate a sangue freddo, ho ritrovato quel coraggio che spesso sembra cedere.

   Ho amato molto, è vero. Per questo mi sento in grado di farlo ancora, e meglio. Però talvolta temo che il dolore mi abbia indurito, prosciugato tutto, lasciato come un tronco assediato dall’edera che non ha più polpa, ma ne rimane la forma vuota. […] Forse è qui lo scandalo: soffro, ma non mi sento in colpa a essere nel mondo, ad andare avanti, a innamorarmi. Non mi sento affatto in contraddizione per questa leggerezza di cui ho una gran voglia.

Ne “Le stanze dell’addio” c’è la ricerca di un passato che non torna, anche se sembra volerci consegnare speranze contrarie. C’è il rispetto, il pudore per una malattia, quella suppurata ombra sulla scia di flebili sogni, dietro abili passi. C’è il mare, domanda senza soluzione, sempre dubbio e pensiero. Ci sono personaggi allegorici in ogni angolo: il ragazzo che lavora nel bar dell’ospedale che guarda l’uomo inconsolabile, l’uomo lucido sopravvissuto al dolore, il ragazzo che fugge dall’uomo pazzo e che insieme lo insegue, l’io giovane desideroso di raccontare all’io adulto qualcosa che non esiste più. Ci sono balene, navi, abbracci, corse, buio e luce.
Con una prosa netta, precisa, reminiscenze della sua carriera giornalistica, Selvetella si aggiudica, anche ed onestamente, il posto di finalista al Premio Strega 2018.
Io non posso che ringraziare il suo coraggio. Sottolineare il suo insegnamento di salvezza, per me rievocazione di azioni già intraprese. Perché c’è sempre, la salvezza. Nella luce al neon degli ospedali, nel filo tracciato da una penna su un foglio bianco. O meglio, nella forza vitale delle parole.

   Poi c’è il sorriso che lei donava ogni volta, proprio in quel momento, proprio quando le porte si chiudevano alla mia libertà.


L’Autore
Yari Selvetella (Roma, 1976) Yari Selvetellaè noto ai lettori per saggi e reportage di larga diffusione sulla storia della criminalità romana. Esordisce con libri di argomento musicale. Suoi la prima biografia di Rino Gaetano (Bastogi, 2001) e un saggio su La scena ska italiana (Il levare che porta via la testa) (Arcana, 2003). Si è a lungo occupato di storia della criminalità romana, tema di cui è considerato uno dei maggiori esperti grazie a Roma Criminale (scritto con Cristiano Armati) del 2005, prima opera di non-fiction a ripercorrere un secolo di cronaca nera della capitale. È autore di romanzi tra cui Male e Peggio (Avagliano, 2007), Uccidere Ancora (Newton Compton, 2009), e La banda Tevere (Mondadori Strade Blu, 2015). Giornalista professionista, è collaboratore fisso della trasmissione televisiva Unomattina – il Caffè di Rai Uno.

Benedetta Ferrara

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Written by Benedetta Ferrara
Giornalista, scrittrice. Lettrice appassionata. Adoratrice delle sette arti. Nel tempo libero inseguo il mare. La gentilezza e la ricerca della verità sono i miei valori assoluti.