La Macchia Urbana di Michele Grimaldi.

Pagine: 383
Genere: Saggistica
Editore: Aracne Editrice (Collana “Sociologia, Economia e Territorio”)
Data di pubblicazione: 14 marzo 2018
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Lo incontro per la “Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore”, Michele Grimaldi. Bizzarra coincidenza. Ho da poco terminato la lettura del suo libro, “La Macchia Urbana”, e come scrisse una volta David Salinger, “i libri quando li hai finiti di leggere, vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Michele però risponde davvero alla mia chiamata. Mi si presenta in Villa Comunale a Scafati in giacca marrone, passo svelto e zaino in spalla. Mi parla del suo prossimo impegno in radio Left Wing, mi racconta di “Flint Town”, l’ultima serie tv che ha visto su Netflix, rappresentazione securitaria della città, certamente differente dalla sua, e dei suoi prossimi impegni letterari.
Copywriter di professione, politico per idealità ed intellettuale polimorfo, Michele crede nel funzionamento di una cultura non di massa, idea d’impronta gramsciana e di Don Milani, secondo cui l’obiettivo della politica sia la trasformazione della plebe in popolo, per cui la democrazia si sostanzia quanto tutti hanno la possibilità e gli strumenti di poter scegliere, in un’epoca, invece, in cui la società subisce una cultura orientata tramite i TIncTec, per cui chi ha più soldi per promuovere un’idea la rende egemone in una società che tra l’altro non ha gli strumenti per recepirla. Con “La Macchia Urbana”, Michele rende protagonisti assoluti i suoi studi, i suoi appunti, i ricordi e le sue esperienze politiche, per cercare di chiarire il ruolo della città nella società odierna, per un risveglio della vita cittadina.

   Probabilmente Platone scrisse La Repubblica tornando indietro da Siracusa con la delusione di non essere riuscito a educare il tiranno di quella città. L’inversione del viaggio è il sogno segreto di questo libro. Credo che Michele ambisca di andare a Siracusa insieme ad altri compagni, disposti ad abbattere i tiranni del nostro tempo.

Ed è proprio in queste poche righe estratte dalla Prefazione di Walter Tocci, che un lettore inconsapevole sa già di doversi incamminare in un percorso lungo, ma condivisibile. La Macchia Urbana, infatti, si avvale di tanti pregi, ma mi piace sottolinearne due: un linguaggio agevole per un argomento complesso, un ardore intenso di fronte ad una città in gravi difficoltà. E se decide di intraprendere un percorso storico, economico e sociale, che non è sempre comodo e terso, alla fine gli elementi di speranza tentano il trionfo, e ci riescono. Il tema dei commons, dei beni comuni, che “non avevo programmato dall’inizio”, come mi racconta Michele, sembra incarnare le vesti di una possibile e sana soluzione. Quando si parla di commons, si fa riferimento a quei luoghi che appartengono a tutta la comunità e di cui tutta la comunità è responsabile, ed elevarli ad obiettivo politico significherebbe poter costruire un nuovo percorso di partecipazione per proporre un sistema alternativo. La città che diventa luogo di proprietà dei cittadini.

   «I beni comuni sono la precondizione di tutti gli obiettivi sociali, inclusi quelli ambientali», scrive la fondazione Heinrich Böll. «Beni e servizi che nessuno può dire di aver prodotto in proprio e che quindi nessuno può arrogarsi il diritto di possedere, comprare, vendere, distruggere» continua Paolo Cacciari. Questa prospettiva ci pare la chiave di volta per provare a riempire di contenuto l’ambizione del “diritto alla città”.

La Macchia Urbana è un testo con cui il lettore fa a pugni, piange e sorride. È un viaggio letterario in cui impavida cerca di dominare l’idea di una città dei sogni, mentre resta violenta la realtà più cruda. Grimaldi, però, è in piedi, accompagnato da una penna giovane, michelangiolesca. Non lascia il testo in balìa del domani, ma consiglia, immagina soluzioni. Lui continua a reagire alle delusioni con viscerale impegno. Non smette di scavare, ancora e ancora.

Da dove nasce l’esigenza de “La Macchia Urbana”?
«L’idea del libro nasce da più vicende, prima di tutto dall’esigenza di riflettere in maniera collettiva, in questi tempi di comunicazione veloce in cui sembra che tutto debba essere racchiuso in un tweet o in uno stato su Facebook. La certezza poi, che il mio campo politico e culturale sia arrivato ad una sconfitta storica, che non riguarda solo l’Italia e l’Europa, ma il mondo intero. La convinzione che la disuguaglianza abbia vinto e che quindi le forze che debbano avere a cuore l’uguaglianza, il progresso e la democrazia abbiano perso. C’era un grande economista che concludeva i suoi scritti con la frase “continuare a cercare”, e io ho avvertito la stessa necessità di iniziare e continuare a cercare. Mi sono reso conto che ad un certo punto le nostre parole si sono perse, sono diventate nostro avversario e piuttosto che combattere la povertà, abbiamo cominciato a combattere i poveri, abbiamo pensato che in una città il problema sia il migrante che vive qui da tanto tempo, anziché chi gestisce il traffico di droga o specula sull’edilizia. Ho cominciato a riprendere vecchi appunti, a leggere, a studiare. “La Macchia Urbana” è un libro con cui ho litigato molto. Tornavo indietro, viaggiavo nel tempo e nello spazio non solo nel contenuto, ma nella stesura stessa del libro. Non sapevo dove sarei arrivato, ma ho provato a spogliarmi di convinzioni, ideologie, preconcetti, ho provato a far scorrere un flusso di conoscenza e riflessione. Volevo scrivere un libro su quello che vedevo: città frammentaria e attraversata da disuguaglianza.»

Nella parte seconda del libro definisci la città come “il luogo storico e geografico dell’incontro e dello scontro tra innovazione e conservazione, diritti e privilegio, progresso e speculazione”. E la tua città, Scafati, dov’è?
«Scafati è in tutto il libro, anche se non ne ho parlato esplicitamente, perché volevo liberarlo dalla cronaca e dall’attualità politica e realizzare una lettura adattabile a ieri e ad oggi. In realtà poi nel testo tutto è applicabile a Scafati o a Napoli, è tutto molto vivo.»

Difatti le tre parti che compongono il libro sembrano proprio nate a Scafati.
«Sì, quando nel libro parlo di rendita urbana e fondiaria, penso alla Scafati degli anni cinquanta e all’espansione edilizia negli anni settanta e ottanta. Quando parlo di gentrification, penso al nostro centro storico che oggi vive a metà tra l’esclusione dei vecchi abitanti laddove c’è un processo di speculazione – tentato, pensato o presunto – e le difficoltà dei centri storici non riqualificati delle grandi città. Penso che la criminalità organizzata e la camorra siano il principale agente tra quella che è la rendita immobiliare e la rendita finanziaria: chi altro e chi meglio possa gestire le occupazioni abusive, le costruzioni e a speculare sugli aumenti di volumetria.»

Nella terza parte del testo, “Ricucire la città”, citi Ugo Mattei: “La città è un bene, non una merce. Un bene mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari, quelli della conoscenza, dell’affetto e del piacere. Un bene ha un’identità”. E come ricuciresti la tua città d’origine?
«Scafati è una città che ha perso un’identità. L’ampliamento edilizio degli anni settanta e ottanta, e l’immane aumento della popolazione, hanno cancellato in qualche modo i segni della città, la sua storia, e non parlo dell’aspetto materiale, la casa o la strada, ma del suo motivo sentimentale. Oggi si fa fatica a riconoscere i segni della città. Io posso riconoscere la torretta in Villa, perché ci ho letto un libro, o la piazza, perché ci ho visto un concerto, ma oggi i cittadini scafatesi non sentono la città come propria, perché non l’hanno attraversata. Per ricostruire Scafati partirei dalla sua identità, condivisa e collettiva. Io credo che la distruzione della sua identità sia stato un atto volontario, non casuale, perché l’abbattimento di un tessuto identitario ti permette di fiaccare qualsiasi resistenza. Al contrario, una città con forte identità resiste, è una città che si oppone, non subisce, come nel caso della chiusura dell’Ospedale Mauro Scarlato. Una città nella quale s’inaugurano finte opere pubbliche e si spostano i fondi per la riqualificazione del Centro Storico per asfaltare quattro strade che dopo un anno necessitano dello stesso asfalto, è una città che reagisce, non lo vive supinamente e si accontenta della notte bianca o del concerto a Capodanno, con due giorni colorati e trecentosessantatré al buio.»

La prima idea era “la città” e hai sviluppato un percorso scientifico e di ricerca, ma esiste un “poi letterario” dopo La Macchia Urbana?
«Questo libro è scientifico sì, ma è anche militante, perché sto provando a dare una visione del mondo e sto girando l’Italia per le presentazioni per fare proprio questo. Mi piacerebbe scrivere qualcosa di più narrativo però, trovare una chiave di lettura differente. Probabilmente ci impiegherò tantissimo, perché ho un rispetto sacro per la scrittura e penso che prima di permetterti di pubblicare, devi aver riletto e riscritto, riletto e riscritto. C’è una bella frase de “Lo Stato Sociale” che recita, “si parla per non ascoltare e si scrive per non leggere”, e credo che sia questo uno dei più gravi problemi della nostra società. Tutti sono per gli output, nessuno, o pochissimi, per gli input.»

L’epigrafe della tua “macchia urbana” recita la poesia di Alekos Panagulis, “Ma continuavo a viaggiare / conoscendo il valore della nave / conoscendo il valore della merce”.
«Sì, questa è una poesia che adoro di Panagulis, che scrive in carcere durante il periodo di prigionia. Lui è uno di quelli che ha vissuto la sua militanza politica con tantissime idealità, poche vittorie ed infinite sconfitte. È una persona difficile, un uomo scontroso, pieno di difetti e vizi, ma la sua scelta finale è quella più ardua. Quindi, in quest’epoca di perfezione mi piaceva dare un omaggio a quest’uomo che ha dato la sua vita per un’idea, ma che era brutto, sporco e cattivo, perché la verità è brutta, sporca e cattiva.»

E nonostante tutto, lui decise di continuare a viaggiare. Un po’ come fai tu.
«Sì, o almeno riprendo a viaggiare.»

L’Autore
Michele Grimaldi nasce a Scafati nel 1982. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sul rapporto tra forma urbana e ciclo di accumulazione del capitale, Grimaldi è prima coordinatore della Segreteria Nazionale dei Giovani Democratici, poi Consigliere Comunale nella sua città d’origine. Oggi è Segretario di Sezione PD a Scafati e copywriter di professione. Pubblica per Aracne Editrice il suo primo libro, “La macchia urbana. La vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons”, con prefazione di Walter Tocci.

L’intervista completa a Michele Grimaldi, la trovate qui, su Insieme Scafati.

Benedetta Ferrara

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Written by Benedetta Ferrara
Giornalista, scrittrice. Lettrice appassionata. Adoratrice delle sette arti. Nel tempo libero inseguo il mare. La gentilezza e la ricerca della verità sono i miei valori assoluti.