Un impegno rivitalizzato al razzismo: oltre quegli otto minuti e quarantasei secondi

Un impegno rivitalizzato al razzismo: oltre quegli otto minuti e quarantasei secondi

Otto minuti e quarantasei secondi.

Ho provato a trattenere il respiro, sperando di sentire il suo, ma sono scoppiata in un anelito affannoso almeno dodici volte—in quegli otto minuti e quarantasei secondi.

“Non riesco a respirare”. George Floyd ha perso la vita implorando il suo assassino di fermarsi, col viso schiacciato su una strada fredda di Minneapolis. Ha perso la vita chiedendo aiuto con l’ultimo filo di voce annodato in gola.

“Non uccidetemi”, ha continuato, consapevole che quelle due parole sarebbero state le sue ultime.
Lo scorso 25 maggio il mondo intero è diventato testimone video della sua atroce scomparsa per mano del Dipartimento di Polizia di Minneapolis. Derek Chauvin – figlio della malapolizia, risultato di un sistema corrotto e razzista – ha tenuto il suo ginocchio stretto al collo di Floyd per otto minuti e quarantasei secondi; negli ultimi due minuti e cinquantatré secondi, Floyd già non era più cosciente.
La sua morte è stata paragonata a quella di Eric Garner, a Staten Island nel 2014. Anche lui afroamericano, anche lui supplicò di essere liberato, ripetendo per undici volte, “Non riesco a respirare”.

A qualche giorno fa risale l’autopsia ufficiale che conferma di non aver trovato alcuna indicazione che Floyd sia deceduto per strangolamento o asfissia traumatica, piuttosto “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, le sue preesistenti condizioni di salute (ipertensione arteriosa e problemi coronarici) e potenziali sostanze tossiche hanno contribuito alla sua morte”. La sua famiglia non ha avuto alcun dubbio: ha già assunto Michael Baden per eseguire un esame indipendente, lo stesso patologo che aveva condotto una seconda autopsia su Eric Garner.

Tutti gli uomini sono creati allo stesso modo, secondo la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti; il contratto razziale (The Racial Contract) di Charles W. Mills lo limita ai bianchi possidenti di proprietà. La legge afferma che l’omicidio è illegale; il contratto razziale conferma che va bene per i bianchi inseguire e uccidere i neri se hanno così deciso.

Il razzismo è una caratteristica deliberata e integrante del “contratto sociale”, dichiarava Mills, piuttosto che il risultato non intenzionale attribuito ai difetti degli uomini imperfetti. È un tacito—a volte esplicito—accordo tra i membri bianchi del mondo occidentale per affermare, promuovere e mantenere l’ideale della supremazia bianca.

La campagna elettorale del 2016 di Donald Trump, imperniata della violenza dello Stato contro immigrati messicani, musulmani e afroamericani, è stata infatti edificata sulla promessa di far rispettare i termini del Contratto Razziale che Barack Obama aveva apparentemente trascurato o ‘violato’ dalla sua presenza. L’amministrazione Trump, nello svolgimento di un’agenda esplicitamente discriminatoria che valorizza la crudeltà, i crimini di guerra e il rafforzamento del potere politico bianco, rappresenta un impegno rivitalizzato al razzismo.

Le fiamme a Minneapolis degli ultimi giorni, le proteste disperate di chi è stanco, continuamente abbattuto da un sistema malato, da ormai troppo tempo, non sono indipendenti; sono vincolati dalla loro prevedibilità e dai modi in cui l’amministrazione Trump li ha esasperati. Venerdì 19 maggio, lo stesso presidente ha infatti twittato che i manifestanti sono criminali: “Quando iniziano i saccheggi – ha avvertito -, la sparatoria inizia”. Antitesi della saggezza; un commento sconsiderato e dannoso per il benessere pubblico. È stato infatti prontamente censurato dal social media, accusato di “violazione dei propri standard sull’esaltazione della violenza”.

Quello che oggi sta avvenendo, ancora, nelle principali città statunitensi è un’accrescimento di rabbia, di risentimento esploso, e anche questa volta l’amministrazione Trump ha agito come un imprenditore edile che non è in grado di riconoscere un muro portante. I leader non possono prevedere il futuro, ma possono essere consapevoli del proprio passato e dei suoi possibili pericoli.

“Tutto questo ti tormenterà per il resto della tua vita”, aveva gridato un passante a Chauvin mentre teneva ancora fermo il suo ginocchio al collo esasperato di Floyd. Per otto minuti e quarantasei secondi. E oggi, tra le fiamme ardenti, nelle macerie di una politica fallimentare, sfila e protesta non solo lo sdegno di una popolazione nauseata, ma anche lo spirito di Jordan Davis che potrà di nuovo ascoltare la musica ad alto volume, di Walter Scott che potrà tranquillamente fare jogging, di Sandra Bland che potrà ritirare il ticket del parcheggio senza alcun ostacolo, di Keith Scott che potrà serenamente leggere un libro, di Botham Jean che potrà di nuovo rilassarsi nell’intimità della sua casa, di Atatiana Jefferson che potrà stare affacciata alla finestra a osservare il cielo, di Sean Bell che potrà ancora stringere una spazzola per i capelli, di Oscar Grant che potrà festeggiare a Capodanno. E di George Floyd, che continuerà a vivere, oltre quei maledetti otto minuti e quarantasei secondi.

A revitalized commitment to racism: beyond eight minutes and forty-six seconds

Eight minutes and forty-six seconds.

I tried to take my breath, hoping to feel his own, but I had to gasp for more twelve times at least—during those eight minutes and forty-six seconds.

“I can’t breathe”. George Floyd lost his life whilst begging his murderer to stop, with his face squashed to a cold Minneapolis street. He lost his life with his voice knotted at his throat.

“Don’t kill me”, he pleaded, possibly conscious that those three words would have been his last.

On 25 May, the whole world bore witness to his horrible death at the hands of Minneapolis Police Department. Derek Chauvin – the son of a corrupted police force resulting from generations of systemic racism – kept his knee on the right side of Floyd’s neck for eight minutes and forty-six seconds; two minutes and fifty-three seconds of this after Floyd was already non-responsive.

His murder has been compared to the 2014 death of Eric Garner. Like Floyd, Garner was also an unarmed African-American man who repeated “I can’t breathe” after being placed in a chokehold by a New York police officer during an arrest in Staten Island.

A few days ago an official autopsy found no indication that Floyd died of strangulation or traumatic asphyxia, rather that he likely died of the “combined effects of being restrained; underlying health conditions, including coronary artery disease and hypertensive heart disease; and intoxicantsin his system”. Floyd’s family engaged Michael Baden, a pathologist who had conducted a second autopsy on Eric Garner, to perform an independent examination.

The Declaration of Independence states that all men are created equal; however, the “racial contract” by Charles W. Mills limits this to white men with property. The law says murder is illegal; the racial contract says it’s fine for white people to chase and murder black people if they have decided that those black people intimidate them.

Racism is at the core of the “social contract”, Mills argued, rather than just being a characteristic of imperfect men. It is a tacit—yet sometimes explicit—agreement among members of the western world to promote and maintain the ideal of white supremacy.

Donald Trump’s 2016 election campaign, with its vows to enforce state violence against Mexican immigrants, Muslims, and black Americans, was built on a promise to enforce terms of the racial contract that Barack Obama had ostensibly ignored, or even ‘violated’ by his presence. Trump’s administration, in carrying out a discriminatory agenda that propagates cruelty, war crimes, and the entrenchment of white political power, represents a revitalized commitment to racism.

The flames in Minneapolis, and the desperate protests by millions of people who have been broken by a sick system, are not independent; they are predictable and have been exacerbated by the Trump Administration since they first began.

On Friday, Trump tweeted that the protesters in Minneapolis were thugs: “When the looting starts,” he warned, “the shooting starts.” The antithesis of wisdom—a comment so detrimental to the public well-being that Twitter, in an unprecedented move, labelled Trump’s tweet “a violation of company policy against glorifying violence.” 

What is happening today in cities across the United States is a crescendo of anger and resentment, and even at this time Trump has demonstrated severe neglect. Leaders cannot predict the future, but they should at the very least be conscious of the past.

“This will haunt you for the rest of your life”, a voice in the video calls out to Chauvin whose knee was still pressed to the back of Floyd’s neck. For eight minutes and forty-six seconds. And today, through burning flames and the rubble of failed politics, we can not only feel the indignation of those hundreds of thousands protesting for change, but also the spirit of Jordan Davis, who will be able to listen to his music; of Walter Ascott, who will be able to go jogging; of Sandra Bland, who will be sent on her way with only a traffic ticket; of Keith Scott, who will be able to peacefully read a book; of Botham Jean, who will be able to relax in his own home; of Atatiana Jefferson, who will be able to look out of the window to observe the sky; of Sean Bell, who will be able to hold a hair brush; of Oscar Grant, who will be able to celebrate New Year’s Eve; and also of George Floyd, who will live beyond those cursed eight minutes and six-forty seconds.

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Written by Benedetta Ferrara
Giornalista. Vivo a Melbourne, Australia. Racconto le mie letture, esploro la mia memoria. Nel tempo libero inseguo il mare. La gentilezza e la ricerca della verità sono i miei valori assoluti.